“Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e rivendico il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri”.

Lorenzo Milani

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Winnepeg, la barca di Neruda

Il 9 agosto 1939, la nave Winnipeg salpò dal porto francese di Pauillac con oltre 2000 rifugiati che scappavano dalla loro patria spagnola.
Pochi mesi prima, il Generale Francisco Franco – aiutato da Mussolini e da Hitler – aveva sconfitto le forze del governo spagnolo democraticamente eletto. I fascisti scatenarono un’ondata di violenza e di omicidi.
Tra le centinaia di migliaia di sostenitori della Repubblica Spagnola che avevano attraversato i Pirenei per scampare a quell’assalto c’erano gli uomini, le donne e i bambini che si sarebbero imbarcati sulla Winnipeg e che sarebbero arrivati un mese dopo al porto cileno di Valparaiso.
La persona responsabile della loro miracolosa fuga, è stato Pablo Neruda che, all’età di 34 anni, era già considerato il maggior poeta del Cile. Nel 1939 il suo prestigio era davvero sufficientemente significativo perché fosse in grado di persuadere il presidente del Cile, Pedro Aguirre Cerda, che era fondamentale che il loro piccolo paese offrisse asilo ad alcuni dei patrioti francesi maltrattati che marcivano nei campi di internamento francesi.
Non soltanto questo avrebbe dato un esempio umanitario, ma avrebbe anche fornito al Cile competenze straniere e talento molto necessari per il suo sviluppo. Il presidente accettò di autorizzare dei visti, ma il poeta stesso avrebbe dovuto trovare i finanziamenti per i costosi biglietti di quegli emigranti e anche per il cibo e la sistemazione per i primi sei mesi nel paese. E Neruda, una volta che era in Francia a coordinare l’operazione, aveva bisogno di esaminare gli emigranti per assicurarsi che possedessero le migliori abilità tecniche e un carattere morale irreprensibile.
Ci volle un notevole coraggio da parte del Presidente Aguirre Cerda, ad accogliere i rifugiati spagnoli in Cile. Il paese era povero, stava ancora vacillando per gli effetti a lungo termine della Depressione, con un alto tasso di disoccupazione – e aveva appena sofferto un devastante terremoto a Chillán che aveva ucciso 28.000 persone e ne aveva lasciate molte di più ferite e senza casa.
Un’accanita campagna nativista da parte dei partiti della destra e dei loro media, percependo un’occasione di attaccare il governo del Fronte Popolare, descrivevano gli eventuali richiedenti asilo come “indesiderabili”: stupratori, criminali, agitatori anti-Cristiani, la cui presenza, secondo un editoriale sciovinistico sul principale giornale conservatore cileno, sarebbe stata “incompatibile con la tranquillità sociale e le migliori maniere.”
Neruda si rendeva conto che sarebbe stato più economico noleggiare una nave e riempirla di rifugiati, invece che mandarli, una famiglia alla volta, in Cile. La Winnipeg era disponibile, ma dato che era una nave cargo, doveva essere ristrutturata per sistemarvi circa 2.000 passeggeri, con cuccette, mense per i pasti, una nursery per i più piccoli e, naturalmente, i gabinetti.
Mentre i volontari del Partito Comunista Francese lavoravano giorno e notte per preparare il piroscafo, Neruda raccoglieva donazioni da tutta l’America Latina e da amici come Pablo Picasso – per finanziare l’impresa sempre più esorbitante. Il tempo stingeva: l’Europa era in allarme per la guerra e i burocrati a Santiago del Cile e a Parigi stavano sabotando gli sforzi. Avendo in mano soltanto la metà del denaro, un mese prima che la nave fosse pronta per salpare, un gruppi di Quaccheri americani inaspettatamente si offrì di fornire il resto dei fondi necessari.
In tutto questo, Neruda era stato alimentato dal suo amore per la Spagna e dalla sua pietà per le vittime del fascismo, compreso uno dei suoi migliori amici, il poeta Federico García Lorca, che era stato ucciso da una squadra fascista della morte nel 1936.
Come console del Cile durante i primi anni della Repubblica Spagnola, Neruda era stato testimone del bombardamento di Madrid. La distruzione di quella città che amava e l’assalto alla cultura e alla libertà dovevano segnarlo per il resto della sua vita e cambiare drasticamente le sue priorità letterarie.
Dopo la caduta della Repubblica, dichiarò: “Giuro di difendere fino alla mia morte quello che è stato ucciso in Spagna: il diritto alla felicità”. Non c’è da meravigliarsi se proclamò che la Winnipeg era stata la sua “poesia più bella” mentre si allontanava emettendo vapore, senza lui o sua moglie dato che non volevano occupare lo spazio che era meglio fosse occupato da coloro le cui vite erano a rischio.
E quando quella sua magnifica, gigantesca “poesia” galleggiante, dopo una navigazione pericolosa, finalmente raggiunse Valparaiso, ai suoi passeggeri – malgrado le proteste dei nazionalisti di destra e dei simpatizzanti nazisti – venne dato un benvenuto che si addiceva a degli eroi.
Ad attendere i poverissimi sopravvissuti alle legioni di Franco, c’era il rappresentante personale del Presidente Aguirre Cerda, il suo ministro della sanità, un giovane dottore che si chiamava Salvator Allende. Folle esultanti ammassate sul molo e che cantavano canzoni spagnole di resistenza, si erano radunate per salutare i rifugiati, alcuni dei quali avevano già in previsione dei posti di lavoro. Ad ogni stazione ferroviaria, nel viaggio per Santiago, da moltitudini di gente che offrivano loro fiori e cibo, e gridavano che la Spagna era nei loro cuori.
I rifugiati che scesero a terra dalla Winnipeg avrebbero continuato a contribuire a formare un Cile più prospero, aperto e creativo. Tra questi c’erano lo storico Leopoldo Castedo, che avrebbe fondato l’accademia cilena di storia; il grafico Mauricio Amster, il drammaturgo e saggista José Ricardo Morales, la pittrice Roser Bru che avrebbe creato la facoltà di arte contemporanea, il pittore José Balmes, Fernando Velet che avrebbe fondato l’Istituto cileno di cinematografia; l’architetto Arturo Soria che avrebbe fondato tre facoltà di architettura.
Ottant’anni dopo le Winnepeg del ventunesimo secolo sono ferme in mezzo al mare.

Parola di Tom Joad 

“Come farò a sapere cosa ti succederà?”

“… Forse è come dice Casy, un uomo non ha un’anima sua, ma solo un pezzetto di una grande anima.
Una grande anima che appartiene a tutti quanti. Allora … ”

“Allora cosa?”

“Allora non ha importanza. Mi aggirerò nell’ombra.
Sarò ovunque. Ovunque tu guarderai, io sarò là.
Dove si lotta perchè gli affamati abbiano da mangiare, io ci sarò.
Dove un poliziotto picchia un uomo, io ci sarò.
Sarò nelle grida di rabbia della gente.
Nelle risate dei bimbi che hanno fame e ridono perchè sanno che la cena è pronta.
E quando la gente mangerà i prodotti della propria terra e vivrà nella casa che si è costruita, cercami, io sarò là.”

da “Furore” di Steinbeck

“No, grazie” da Cirano De Bergerac

Edmond Rostand, 1897 in Cyrano de Bergerac, Atto II, Scena VIII 

LE BRET: Se tu provassi a mettere un po’ da parte questo tuo animo da moschettiere, Cyrano, il successo e gli onori ti…

CYRANO: E che dovrei fare? Cercarmi un protettore? Trovarmi un padrone? Arrampicarmi oscuramente, con astuzia, come l’edera che lecca la scorza del tronco cui si avvinghia, invece di salire con la forza?

No, grazie.

Dedicare versi ai ricchi come qualsiasi opportunista? Fare il buffone nella speranza vile di vedere spuntare sulle labbra di un ministro un sorriso che non sia minaccioso?

No, grazie.

Mandar giù rospi tutti i giorni? Logorarmi lo stomaco? Sbucciarmi le ginocchia per il troppo genuflettermi? Specializzarmi nel piegare la schiena?

No, grazie.

Accarezzare la capra con una mano e annaffiare il cavolo con l’altra?Avere sempre a portata di mano il turibolo dell’incenso in attesa di potenti da compiacere?

No, grazie.

Progredire di girone in girone, diventare un piccolo grande uomo da salotto, navigare avendo per remi madrigali e per vele sospiri di vecchie signore?

No, grazie.

Farmi pubblicare dei versi a pagamento dall’editore Sercy?

No, grazie.

Farmi eleggere papa da un concilio di dementi in una bettola?

No, grazie.

Affaticarmi per farmi un nome con un sonetto invece di scriverne degli altri?

No, grazie.

Trovare intelligente un imbecille? Essere angosciato dai giornali e vivere nella speranza di vedere il mio nome apparire sulle riviste letterarie?

No, grazie.

Vivere di calcolo, ansia, paura? Anteporre i doveri mondani alla poesia, scrivere suppliche, farmi presentare?

No, grazie.

Grazie, grazie, grazie, no!

Ma invece… cantare, ridere, sognare, essere indipendente, libero, guardare in faccia la gente e parlare come mi pare, mettermi − se ne ho voglia − il cappello di traverso, battermi per un sì per un no o fare un verso!

Lavorare senza curarsi della gloria e della fortuna alla cronaca di un viaggio cui si pensa da tempo, magari sulla luna!

Non scrivere mai nulla che non sia nato davvero dentro di te!

Appagarsi soltanto dei frutti, dei fiori e delle foglie che si sono colte nel proprio giardino con le proprie stesse mani!

Poi, se per caso ti arriva anche il successo, non dovere nulla a Cesare, prendere tutto il merito per te solo e, disprezzando l’edera, salire − anche senza essere né una quercia né un tiglio − salire, magari poco, ma salire da solo!

Il discorso di Pericle agli ateniesi (461 avanti Cristo)

Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ti meriti un amore (Frida Kahlo)

Ti meriti un amore che ti voglia spettinata,
con tutto e le ragioni che ti fanno alzare in fretta,
con tutto e i demoni che non ti lasciano dormire.
Ti meriti un amore che ti faccia sentire sicura,
in grado di mangiarsi il mondo quando cammina accanto a te,
che senta che i tuoi abbracci sono perfetti per la sua pelle.
Ti meriti un amore che voglia ballare con te,
che trovi il paradiso ogni volta che guarda nei tuoi occhi,
che non si annoi mai di leggere le tue espressioni.
Ti meriti un amore che ti ascolti quando canti,
che ti appoggi quando fai la ridicola,
che rispetti il tuo essere libera,
che ti accompagni nel tuo volo,
che non abbia paura di cadere.
Ti meriti un amore che ti spazzi via le bugie
che ti porti il sogno, il caffè e la poesia.

Pablo Neruda, da “Si desti il taglialegna”

Pace per i tramonti che verranno,

pace per il ponte, pace per il vino,

pace per le parole che m’inseguono

e mi sorgono nel sangue intrecciando

di terra e di amori l’antico canto,

pace per la città nella mattina

allorché il pane si sveglia, pace

per il Mississippi, fiume delle radici:

pace per la camicia del fratello,

pace sul libro come un timbro d’aria,

pace per il grande colcos di Kiev,

pace per le ceneri di questi morti

e di quest’altri, pace per il ferro

nero di Brooklyn, pace per il postino

che va di casa in casa come il giorno,

pace per il coreografo che grida

con un megafono verso i caprifogli,

pace per la mia mano destra,

che soltanto vuol scrivere Rosario:

pace per il boliviano taciturno

come un blocco di stagno, pace

perché tu possa sposarti, pace

per tutte le segherie del Bio- Bio,

pace per il cuore lacerato

della Spagna guerrigliera:

pace per il piccolo Museo del Wyoming

dove la cosa più dolce

è un cuscino con un cuore ricamato,

pace per il fornaio e i suoi amori

e pace per la farina: pace

per tutto il  grano che deve nascere,

per ogni amore che cercherà ombra di foglie,

pace per tutti quelli che vivono: pace per tutte le terre e tutte le acque.

Io a questo punto vi saluto, torno

alla mia casa, dentro i miei sogni,

torno in Patagonia là dove

il vento scuote le stalle

e spruzza gelo l’oceano.

sono soltanto un poeta: vi amo tutti,

vado errante per il mondo che amo:

al mio paese mettono in carcere i minatori

e i poliziotti comandano sui giudici.

Ma io amo perfino le radici

del mio piccolo paese freddo.

Se dovessi mille volte morire

là voglio morire:

se dovessi mille volte nascere

là voglio nascere,

accanto all’albero selvaggio dell’araucaria,

dinnanzi ai venti marini del sud,

presso le campane comprate di recente.

Nessuno pensi a me.

Pensiamo insieme a tutta la terra,

battendo con amore sulla mensa.

Non voglio che il sangue torni

a bagnare il pane, i fagioli,

la musica: voglio che venga con me

il minatore, la fanciulla,

l’avvocato, il marinaio,

il fabbricante di bambole;

entrino con me in un cinema ed escano

a bere con me il vino più rosso.

Io non vengo a risolvere nulla.

Io sono venuto qui per cantare

e per sentirti cantare con me.

Lentamente muore (Pablo Neruda)

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,

ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,

chi non cambia la marca o colore dei vestiti,

chi non rischia,

chi non parla a chi non conosce.

Lentamente muore chi evita una passione,

chi vuole solo nero su bianco e i puntini sulle i

piuttosto che un insieme di emozioni;

emozioni che fanno brillare gli occhi,

quelle che fanno di uno sbaglio un sorriso,

quelle che fanno battere il cuore

davanti agli errori ed ai sentimenti!

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,

chi è infelice sul lavoro,

chi non rischia la certezza per l’incertezza,

chi rinuncia ad inseguire un sogno,

chi non si permette almeno una volta di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,

chi non legge,

chi non ascolta musica,

chi non trova grazia e pace in sè stesso.

Lentamente muore chi distrugge l’amor proprio,

chi non si lascia aiutare,

chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,

chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,

chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,

ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di

gran lunga

maggiore

del semplice fatto di respirare!

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di

una splendida

felicità.

Se equivocò la paloma (di Rafael Alberti)

Se equivocó la paloma, se equivocaba
por ir al norte fue al sur
creyó que el trigo era agua
creyó que el mar era el cielo
que la noche la mañana…

que las estrellas rocío
que la calor la nevada
que tu falda era tu blusa
que tu corazón su casa…
ella se durmió en la orilla
tù, en la cumbre de una rama.

Traduzione:

Si sbagliò la colomba, si sbagliava
per andare verso nord andò a sud
credette che il grano fosse l’acqua
credette che il mare fosse il cielo
che la notte il mattino…

che le stelle rugiada
che il caldo la nevicata
che la tua gonna fosse la tua blusa
che il tuo cuore la sua casa…
ella s’addormentò sulla spiaggia
tu, sulla cima di un ramo.